
È giunto il momento di inaugurare la casa editrice del Progetto Viverealtrimenti di cui rappresenta il terzo
pilastro (il primo ed il secondo sono costituiti dal presente
blog-magazine e dal sito www.viverealtrimenti.com).
Naturalmente
ha presupposto un lavoro relativamente lungo e faticoso ma, la scorsa
settimana, hanno finalmente visto la luce i primi due titoli,
presentati in questo stesso post dopo aver delineato, in maniera molto
generale, lo spirito della nuova editrice ed aver sommariamente
presentato l’editore.Viverealtrimenti editrice: per una “globalizzazione dal basso”.Dopo
un’intensa gavetta nell’editoria radicale ed alternativa, abbiamo
voluto osare di fondare questa nuova casa editrice per offrire maggiore
spazio a quanto accade nel mondo meno raccontato da libri e giornali o
per raccontarlo in maniera più focalizzata.
La Viverealtrimenti non
vuole limitarsi a dare voce ad una fascinosa “marginalità” ma, talora
in controtendenza rispetto alla tradizionale cultura alternativa,
intende contribuire a portare sperimentazioni politiche, sociali ed
esistenziali ed alcune avanguardie culturali fuori dalla penombra.
Viverealtrimenti
vuole dunque concorrere alla realizzazione progressiva di una cultura
ed una società realmente plurali, cavalcando le migliori opportunità
offerte dalla globalizzazione e promuovendo una “globalizzazione dal
basso”, sondando i recessi del mondo, asiatico, emergente (senza
trascurare alcuni piccoli e grandi tesori dell’Occidente) e creando
ponti di dialogo e di mutuo appoggio in uno spazio planetario oramai
ravvicinato.
Incoraggiare il lavoro in rete, sul criterio della
valorizzazione delle affinità e la smitizzazione di troppi, fuorvianti
luoghi comuni rappresentano dunque le ragioni d’essere fondanti di
questa nuova editrice (un po’ provocatoriamente) “Sì Global”.
L’editore Manuel
Olivares, sociologo di formazione, vive e lavora, la maggior parte del
suo tempo, tra Londra e l’India. Esordisce nel mondo editoriale, nel
2002, con il saggio
Vegetariani come, dove, perchè, pubblicato dalla casa editrice radicale Malatempora. L’anno successivo, con la medesima editrice, pubblica
Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia, il primo lavoro organico, nel nostro paese, sull’argomento, recensito da radio e giornali.
Nel 2007 pubblica
Comuni, comunità, ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo, allargando il focus della ricerca: una co-edizione Malatempora/AAM Terranuova.
Nel 2009 fonda la propria editrice,
Viverealtrimenti, per esordire con
Un giardino dell’Eden, il suo primo testo di
fiction e
Comuni, comunità, ecovillaggi, il suo terzo lavoro su un antico e moderno movimento di comunità sperimentali ed ecosostenibili.
Sinossi di Comuni, comunita’, ecovillaggiUn
libro frutto di oltre 8 anni di ricerca teorica e sul campo; un
excursus che, dalle prime comunità essene, giunge ai moderni
ecovillaggi tentando di non trascurare nessuno:
esponenti radicali della riforma protestante, socialisti utopisti, anarchici,
hippies, kibbutzniks, ecologisti più o meno profondi e new-agers.
Una
mappatura ragionata — su scala italiana, europea e mondiale ― di gruppi
di persone che abbiano deciso di condividere, a diversi livelli, spazi,
beni di vario genere e denaro e di un nuovo movimento di comunità
sperimentali che abbiano come prioritari valori di tipo ecologico.
Capitolo introduttivo“Più
che un saggio Comuni, comunità, ecovillaggi è un libro di racconti”, mi
diceva l’amico critico letterario Plinio Perilli (di cui non mancherò
di presentare, prossimamente, una recensione), “in quanto frutto di
appassionate esperienze sul campo che sono state rese con una
straordinaria capacità narrativa”. Sono ben contento di condividere il
punto di vista dell’amico Plinio nella misura in cui non mi sento molto
a mio agio nei panni di un distaccato saggista.
Come già in Comuni, comunità, ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo,
la presentazione del fenomeno comunitario, in questo mio nuovo testo,
da un punto di vista storico come da quello delle realtà presenti oggi
in Italia e nel mondo, viene integrata con pagine di un diario di
viaggio/vita ove possa concedermi alcune riflessioni in una prospettiva
non immediatamente aderente all’oggetto in analisi. Più ampia e,
auspicabilmente, più libera.
Segue dunque un breve capitolo introduttivo di Comuni, comunità, ecovillaggi che ha, a parere del sottoscritto, un buon valore narrativo:Varanasi — India — 27/12/08
Il
clima è abbastanza mite, oggi. Il freddo umido che reca spesso disagio,
in questo periodo dell’anno — considerata soprattutto l’assenza di
impianti di riscaldamento e di vetri alle finestre delle case — ha
deciso di concedere una provvisoria, compassionevole tregua.
Nel
cielo fluttuano aquiloni di carta colorata, il Gange è particolarmente
basso e nella casa del Dharma, dove vivo parte del mio tempo da oltre
un anno, assieme ad un’amabile famiglia indiana, risuonano i rumori
abituali, “tranquillizzanti”, di una placida quotidianità.
Ogni
tanto arriva, distinto, il muggito di una mucca. La terrazza della casa
del Dharma, dove sono ora accucciato in un angolo con la mia risma di
carta ed una piccola penna a sfera, si affaccia su di un
micro-addensato edile e sullo spazioso cortile di una “stalla urbana”.
Gli
arcaici vicoli di Varanasi presentano non di rado cortili-microcosmi
dove si issano, con carrucole primordiali, secchi di acqua dal pozzo.
Dove rozze capanne di fango, paglia e bambù danno riparo a capre,
pecore, vitelli e qualche bovino adulto. Cortili alle cui mura
aderiscono tante cialde grassocce di sterco di mucca — recanti quasi
tutte l’impronta di una mano spesso minuta — utilizzate, in genere,
come combustibile. Non solo: le loro fumigazioni purificano i panni
stesi ad asciugare al sole, generalmente presente, pur nella stagione
fredda, almeno sin tanto che la foschia non prenda il sopravvento. In
quei casi, la città rimane sospesa in una dimensione quasi di immobile
miraggio che ne accentua il noto carattere metafisico.
La vicinanza
della stalla porta odore di letame. Un odore meravigliosamente
ancestrale con cui, ricordo, acquisii una buona familiarità nel corso
di un’estate a zonzo nelle campagne del centro-Italia, visitando
comunità intenzionali ed ecovillaggi di cui avrei, successivamente,
scritto.
Fui molto felice di questa mia nuova assonanza, avvezzo
come ero, per nascita, ad odori di benzina bruciata ed altri di
periferia metropolitana.
Nostri dirimpettai, a Varanasi, sono
serafici e spesso seminudi samnyasin di un ordine vaishnava. Il loro
ashram ha il suo cortile-microcosmo dove anche si issano secchi di
acqua dal pozzo e dove diverse mucche trovano nutrimento e, pur
spartano, riparo. La mattina e la sera risuonano le campane della loro
puja, la celebrazione di offerta alla divinità.
La casa del Dharma,
un palazzo di tre piani e terrazzo, ha, al piano terra, un tempio
antico di tre secoli dedicato a Ma — la Dea — arcaica espressione
materna di Dio. L’India pre-ariana, tendenzialmente matriarcale, con il
suo centro nelle oramai celebri Harappa e Mohenjo-Daro — dove
donne-sacerdotesse officiavano riti ad una divinità femminile,
espressione della maternità della terra — l’ho ritrovata, in piccolo
ologramma, qui, nella casa del Dharma e nella sua anima carismatica: la
Mata-Ji, la “signora-madre”. È una donna corpulenta, sostanzialmente
obesa, comoda nel largo sari. Un personaggio con una eco di eternità
per la sua vita in poco o nulla diversa da quella di tante donne
indiane che l’hanno preceduta e tuttavia, con tutto il suo portato
arcaico e due bicipiti da Obelix, più o meno a suo agio nel ventunesimo
secolo. È la magia dell’abolizione del tempo di cui l’India sa ancora
essere maestra. È la Mata-ji ad officiare la puja nel tempio domestico,
a recitare i mantra innanzi alla statua della dea ed è lei ad essere
consultata per qualunque cosa importante. Il marito compare poco, non
compromettendo l’autorità della matriarca. È particolarmente bello,
nella sua assoluta essenzialità, il rapporto che si è creato tra me e
questa donna. Lei non parla praticamente inglese ed il mio hindi è
ancora troppo scarno perchè si possa dire che comunichiamo. Riusciamo
in qualche modo a capirci ma andiamo avanti per concetti elementari.
Seguendo una tradizione abbastanza consolidata in India, ho iniziato
subito a rivolgermi a lei — insediato nella casa del Dharma — usando il
termine rispettoso e, allo stesso tempo, affettuoso che usano i figli e
le figlie con le loro madri: Mata-ji. Lei, di risposta, ha iniziato a
chiamarmi betta: figliolo. Questo non ha potuto non creare una
dimensione di bella familiarità, di intimità ed è davvero strano come
possa sentirmi così a casa qui, in un altro continente, in un paese
profondamente diverso da quello in cui sono nato e cresciuto. Molte
volte sento che quella linguistica è una barriera solo illusoria e di
essere, sobriamente, tra la mia gente.
Dopo aver girato e girato,
aver avuto diverse case o pseudo-tali, posso dire di non aver mai amato
tanto e con tanta sobrietà un posto come la casa del Dharma. Sono
dunque felice di iniziare qui a scrivere questo mio nuovo libro.
A
Varanasi, in apparenza, tutto si muove con una snervante lentezza e
tuttavia posso dire che le idee migliori, i migliori progetti hanno qui
una splendida gestazione. Nella maggior parte dei casi diventano
operativi altrove, trovano in altri contesti una realizzazione
materiale che non potrebbe non essere penalizzata, in questo posto,
dalla precarietà di tutto.
Non va comunque dimenticato quale
chioccia millenaria ed in sonno sia questa città, a quanto pensiero ha
dato impulso senza perdere mai la sua controversa natura. Basti pensare
ad un principe-asceta, 2500 anni or sono, che “fresco” di bodhi
(comprensione, “illuminazione”) a Bodhgaya, sotto un Ficus Religiosa,
persuaso dal dio Brahma a non tenere unicamente per sè la conoscenza
acquisita, si è messo in cammino. Ha raggiunto questo posto che allora
era indiscutibilmente un “ombellico del mondo”, dove ogni ricercatore
sperava di trovare un maestro o dei discepoli, dove pionieri di
prospettive filosofiche possibili o impossibili si sfidavano a duello
dialettico. Sulle rive del più sacro dei fiumi indiani, allora pulito,
si suonavano bhansuri (flauti in canna di bambù), si facevano asana
yogiche, esercizi respiratori (pranayama), si conversava o si sedeva
semplicemente in silenzio mentre nel fiume trascorrevano piroghe,
barche e barcaioli indolenti.
Costui si fermò, in principio, in un
parco di alberi vetusti, monumentali e gazzelle esuberanti appena fuori
la città (allora Kashi, “la città della luce”). Si chiamava, appunto,
il Parco delle gazzelle e lì “mise in moto la ruota del Dharma” che
continua, pur con un fisiologico affanno, a girare.
Era conosciuto
come l’eremita silenzioso del clan degli Shakya (Shakyamuni) o, più
semplicemente, come colui che aveva compreso: il Buddha.
Si racconta
che, qualche secolo dopo, un altro grande ricercatore del vero sia
giunto qui, si sia bagnato nelle acque del fiume sacro ed abbia
partecipato a duelli dialettici prima di ritirarsi, in ascesi, sulle
montagne, prediligendo le aree del Ladakh e, soprattutto, del Kashmir.
Era
probabilmente giunto in India negli “anni di cui non parlano i
vangeli”, viaggiando senza soldi, al seguito di carovane di mercanti.
Si chiamava Joshua (o Yeshua) Ben Josef, Yuzu in Persia, Isha in India.
Da noi, per riprendere il titolo di una vecchia canzone di Fabrizio De
André,
si chiamava Gesù.
Si
racconta non resistette molto a Varanasi, capitale di uno spietato
braminismo. Proclamava l’uguaglianza di tutti gli uomini, aprendo un
sentiero che sarebbe stato poi percorso da molti — socialisti più o
meno utopisti, anarchici, comunisti — e compiendo un passo, epocale, di
civiltà.
Dopo di lui, tanti altri si sarebbero avvicendati in questa
città: uomini grandi e meno grandi, troppo spesso “non abbastanza
grandi per le loro idee”. Varanasi sta cambiando ogni giorno e pullula
di internet point. Ogni tanto le connessioni saltano perché gangs di
scimmie, sui tetti, rosicchiano i cavi. La stessa corrente elettrica è,
come dire, “impermanente” ma, a scanso di tutto questo, la chioccia
millenaria continua, in sonno, a covare.
Non posso, dunque, non
renderle grazie per quanto sta covando anche nella mia testa mentre
cerco di contrastare, con un paio di scaldini a gas ed un rozzo spazio
per il fuoco, il freddo penetrante nella casa del Dharma, sperando
davvero che il prodotto di questa cova sia, il più possibile, proficuo.
Nelle
pagine che seguono, ovvero nel primo capitolo, tenterò di tratteggiare
una panoramica storica delle esperienze comunitarie, a partire dall’età
pre-cristiana, attraversando “senza soste” il medioevo e considerando
alcune frange protestanti del sedicesimo e diciassettesimo secolo.
Raggiungendo i secoli diciottesimo e diciannovesimo, focalizzeremo
l’attenzione su molti, diversi “laboratori di utopia” che hanno preso
corpo soprattutto negli Stati Uniti. A partire dalla seconda decade del
Novecento, verrà rapidamente presentata l’esperienza dei Kibbutzim, in
Israele, da cui salteremo brevemente in Ucraina e poi in Spagna,
considerando i frutti comunitari del pensiero anarchico. Saremo poi
negli anni ’60 del secolo appena trascorso, nel periodo di febbrile
contestazione ed elaborazione di stili di vita radicalmente
alternativi. Considereremo il fenomeno hippy, soprattutto nelle sue
implicazioni comunitarie e, di lì, il passaggio alla prima New Age ed
alle cosiddette “comunità acquariane” sarà quasi automatico.
Il
secondo capitolo verrà dedicato alla trattazione della “internazionale
comunitaria”, di quanto cioè sta accadendo nel mondo delle comunià
intenzionali e degli ecovillaggi considerato, nella misura del
possible, in maniera “planetaria”. In questo capitolo verranno
presentate le più importanti realtà comunitarie, non senza aver prima
fatto il punto sul lavoro di networking, fondamentale per rinforzare la
dimensione movimentista del fenomeno in analisi.
Il terzo capitolo,
probabilmente il più nutrito, sarà integralmente “italiano”. In virtù
di una geografia più circoscritta, si potranno considerare le realtà
comunitarie presenti sul nostro territorio in maniera più dettagliata.
Queste verranno presentate per regione, procedendo da nord verso sud.
Nel
capitolo conclusivo, l’attenzione verrà focalizzata sulle problematiche
fondamentali delle esperienze comunitarie oggi e non mancheranno
riflessioni e proposte concrete per un migliore (naturalmente a parere
di chi scrive) futuro comunitario.
Sinossi di Un giardino dell’EdenCome
accennato è questo il mio primo lavoro di fiction che mi venne, in
principio, commissionato da Angelo Quattrocchi, editore di Malatempora.
Dato il committente mi sono permesso, in questo testo, qualche
descrizione particolarmente audace che ha tuttavia avuto, in genere,
dei buoni riscontri presso i primi lettori.
Ne presento di seguito la sinossi e, poi, una breve selezione di alcuni brani:Siddharta
vive di qualche traduzione ma soprattutto della rendita del suo
appartamento di Roma. A suo modo è una persona molto spirituale ma non
crede in Dio…e nemmeno nell’uomo.
Odia la città ed ama le comuni e gli stili di vita “alternativi” ma ha le idee decisamente confuse.
Lascia la sua donna, Camelia e conosce una crisi profonda.
Seguendo
la sua attitudine nomadica, girovaga tra una comune, una casa di amici,
una comunità spirituale…sino ad approdare in India.
Vive qualche
tempo a Varanasi, dove gli hindu sperano di morire per l’ultima volta e
nella futuribile ed ecologica città di Auroville, in fondo al
subcontinente.
Si ritrova più di una volta solo per perdersi ancora.
La storia di un’inquietudine profonda, di una ricerca — antica come
l’uomo — del paradiso perduto.
Selezione di braniSi sveglia a metà mattinata, esce sull’aia del casale, si avvia verso un tavolo dove siedono 5 o 6 squatters e Camelia.
I suoi occhi celesti, i capelli ramati illuminano sommessamente la desolazione materiale del luogo.
Si trovano presto a passeggiare insieme per le stradine dissestate, alberate e silenziose dei dintorni.
Siddharta non resiste neanche due secondi. Le prende subito il viso tra le mani.
La pelle delle sue guance è morbida e rosata. Sembra quella di una bambina.
È fresca e non ha mai conosciuto sofisticazioni di nessun tipo.
«Quanto sei bella», le fa, «sei meravigliosa, Camelia!».
Lei
combatte tra un’esplicita voglia di abbandonarsi alle sue moine, ai
suoi abbracci e, appena dopo, alla sua lingua che sfonda la resistenza
dei denti ed inizia a giocare con la sua e la risoluzione a non andare
oltre.
Riesce a contenere la passione di Siddharta che non fa che carezzarla, baciarla, riempirla di parole tenere e audaci.
Lei si fa intridere del suo amore ma non si abbandona.
Siddharta si perde liquido seminale nelle mutande ed è preoccupato per le sbavature disseccate che ci resteranno.
Presto si sdraiano sotto alcuni alberi.
Siddharta
insinua una mano sotto la sua maglietta ben sapendo che Camelia, in
questi contesti, fa volentieri a meno del reggiseno.
Riprende contatto con la pelle fresca delle sue mammelle prosperose ma lei lo ferma: «No, dai, non andare oltre, ti prego!».
Lui di fronte a questa richiesta gentile si mette manzo ma poco dopo è di nuovo all’attacco.
Porta
avanti un lavoro combinato: discorsi di profondo coinvolgimento
sentimentale e mani che, subdole, indugiano sulla pancia morbida di
Camelia per poi, piano piano, salire per carezze fugaci che non le
danno neanche il tempo di prendere opportune precauzioni.
Lui sa di avere nell’inconscio di Camelia un valido alleato.
Lei vorrebbe che si mantenessero un minimo le distanze ma continua a farsi strapazzare.
Le sue difese gradualmente si abbassano e la lingua di Siddharta riesce presto a giocare amorevolmente con la sua.
Nello
squat, intanto, bambini seminudi con una tavolozza di macchie di sugo
sulla maglietta e nasi calanti una variegata viscoseria, giocano
accucciati nell’aia di fango compatto e comodamente calpestabile.
Uno fa pure la cacca tra i ciuffi d’erba, che segnano un limite assolutamente valicabile tra l’aia ed il selvatico. [pp. 59-60]
[…]ma
a Varanasi la morte perde il suo alone tragico. Viene bruciata sul
fiume mentre nel cielo fluttuano i rombi di carta colorata e i bambini
li direzionano a due passi dalle pire.
Nei loro volti irradia una
gioia primordiale mentre cani malandati e particolarmente cauti frugano
tra le rimanenze di fuochi estinti, in cerca di ossa umane.
Sulle
acque trascorrono barche e barcaioli indolenti ed ogni cosa, nel
microcosmo del fiume sacro, sospeso al di là di ogni usuale coordinata
temporale, vibra della stessa, indecifrabile armonia.
Relativizza dunque il suo malessere esistenziale, Siddharta.
Inizia a sentire quanto già vivere, esserci, possa essere un grande privilegio.
Si
incammina dunque silenzioso verso casa, con scarpe aperte in stile
sfacciatamente orientale, per una cena di poche pretese. [pp. 76-77]
La suoneria del cellulare di Surya è struggente e carica di nostalgia.
I suoi occhi a volte si spalancano per esprimere generosamente “l’ultraesprimibile”.
La sua pelle è di velluto un po’ brunito, l’anima di un candore estraneo al corrotto Occidente.
Surya offre a Siddharta qualche frammento del suo passato indiano.
Gli
racconta di un suo periodo di assistenza ai lebbrosi, che le sarebbe
costato una piaga inquietante alla base del collo; un inizio esplicito
di lebbra.
Il suo maestro le avrebbe allora consigliato una
specifica tecnica di dhyana (traducibile, un po’ sommariamente, con
“meditazione”).
Una tecnica molto efficace, risolutrice.
Siddharta,
dopo qualche tempo, ha la fortuna di conoscere questo personaggio
enigmatico così spesso sulle labbra di Surya: Guru-ji.
Arriva un giorno che fuori ha appena annottato.
Bussa alla porta solcata di crepe della stanza-tugurio dove Surya insegna yoga.
Siddharta
è a testa in giù e gambe in aria su un vecchio materassino sottile
intriso di polvere ed acari con bazooka e ricoperto con un lenzuolo
ingrigito e liso da lavate primitive, a risparmio di sapone.
Surya
apre la porta: «Guru-ji!» esclama, spalancando i suoi occhi neri ad
esprimere una gioia senza argini mondani e chinandosi sollecita a
toccargli i piedi.
Lui porta la sua figura fuori del tempo profano e
di tutto quanto costella il contingente nella stanza-tugurio dove Surya
insegna yoga.
Ha un vecchio dothi dai fianchi in giù, il tilak segnato in rosso sulla fronte un po’ stempiata [pp. 83-84]
[…]
Daddy, a questo punto, si lascia andare un po’ ai ricordi: «la prima
volta che venni in India, trent’anni fa, arrivai alla stazione di Delhi
che era una cosa…100 volte peggio di oggi.
In terra c’erano sputi rossi ovunque, da non poter camminare, non c’era un centimetro libero.
Io
allora non sapevo che gli indiani masticano il pan tutto il tempo, che
gli stimola la salivazione e dunque sputano ovunque rigagnoli che
sembrano sanguinolenti. Pensavo fossero tutti tisici e ho avuto paura,
poi ho deciso di affidarmi e pensare: sia di me quello che deve essere
e, poco dopo, ho scoperto che mi ero preoccupato inutilmente.
Arrivai presto a Varanasi.
In
Italia, prima di partire, un amico che era già venuto in India e si era
perso per due anni mi aveva detto: lì incontrerai sguardi di una
misteriosa purezza, una purezza che, in principio, ti farà sentire
sporco ma tu lascia passare i giorni e, piano piano, inizierai quasi a
poterti specchiare tra le sfumature scure di quegli occhi ed allora
avrai ritrovato la tua di purezza.
È stato proprio così.
L’India
è un cuore di silenzio in un guscio di caos e di delirio, quest’India
così putrida e cruda, brutalmente e fascinosamente incomprensibile a
noi europei, questa madre spesso così amorevole e, a volte, così
spietata […]» [pp. 89-90].
I testi della Viverealtrimenti saranno presto acquistabili dal sito www.viverealtrimenti.com, dove verrà riattivato l’e-commerce.
Chi li volesse subito non deve far altro che contattare l’editore scrivendo a info@viverealtrimenti.com e potrà averli comodamente a casa propria al prezzo di lancio di 12 euro per Comuni, comunità, ecovillaggi e 7 euro per Un giardino dell’Eden.
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