Bionieri

ai confini tra selvatico e coltivato

La Fattoria Macinarsi (rustica realta' della RIVE) su La Repubblica on line!

E' con grande piacere che ho trovato la Fattoria Macinarsi su La Repubblica on line, raccontata in un articolo ed attraverso un video
di you tube dove ho potuto rivedere l'amico fraterno Antonio Cammarota,
proprietario della piccola azienda alternativa. Come i lettori del mio
testo Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo
sapranno, ho vissuto a Macinarsi per circa 3 mesi, sul finire
dell'inverno e cogliendo il sopraggiungere di una desiderata primavera,
nel 2005. E' stata un'esperienza molto bella...e molto rustica.
Ho apprezzato ed in parte subito il "francescanesimo libertario" di
Antonio, espressione che è piaciuta al diretto interessato e che dunque
uso con affetto. Ora Antonio sottolinea che la sua azienda vive ben al
di sotto della linea della decrescita ed io ne approfitto per fare una
necessaria provocazione: stiamo molto attenti a questa cultura della
decrescita che, sto notando, sta avendo un discreto successo (chi
volesse avere maggiori informazioni riguardo il movimento postmoderno,
esistenziale e politico della decrescita felice clicchi qui).
Personalmente sono un sostenitore della società del benessere sensato e
di un consumo godibile e non asinino. Trovo che la cultura della
decrescita felice, avendo avuto esperienze con persone che se ne fanno
sostenitrici, esaltando la sobrietà rischia di regredire ad
un'attitudine mentale progressivamente ostile a troppe cose facilmente
liquidate come "superflue". Sappiamo benissimo che quanto è veramente
essenziale nella vita è disarmantemente poco. Sappiamo anche che è
proprio il cosiddetto superfluo a costituire un vettore dell'energia
che tutto muove e vitalizza: l'eros, il piacere. Una cultura della
decrescita cosiddetta felice può seriamente rischiare, a mio parere, di
deprimere questa grande forza vitale ed aprire varchi pericolosissimi
ai sensi di colpa da cui soprattutto noi, cattolici di cultura, siamo
già abbastanza condizionati. Le rinunce, le astensioni, non credo
nobilitino l'uomo, possono piuttosto rischiare di inasprirlo. Il
piacere, al contrario, se vissuto in maniera, ripeto, non asinina, può
essere un ottimo vettore di personal development
e di maggiore apertura verso l'altro (non ditemi che non siete meglio
disposti verso i vostri simili dopo un buon pranzo, di cucina saporita
e tuttavia leggera o dopo una bella notte di grande intesa erotica con
il vostro partner, stabile o temporaneo che sia). Vivendo da oltre 4
anni in India, dove ho quotidianamente modo di vedere la bruttura di
una cultura del risparmio e delle privazioni (e non parlo di coloro che
vi sono costretti perchè vivono al di sotto della soglia critica della
povertà ma anche di ceti benestanti, dove ho conosciuto persone che non
si concedono una doccia calda o evitano di spendere cifre ridicole per
comprare una zanzariera raccontandosi che le zanzare sono solo di
passaggio e non sono poveri, sono micragnosi, è diverso!) e, al
contempo, la bellezza, l'eccitazione dello sviluppo, sto iniziando a
pensare che concetti come quelli di decrescita felice siano il segno
della decadenza della nostra civiltà. E' oramai arcinoto che questo in
cui siamo appena entrati è il "secolo asiatico" e, reduce da un
bell'itinerario nell'India del sud (la più sviluppata), di cui non
mancherò di parlare in un prossimo post, ho avuto modo di vedere, negli
occhi dei tamil, un fuoco erotico, una determinazione a perseguire uno
scopo chiaro e concreto: il benessere! (molto banale, lo so, gli
alternativi e gli "scassacrociati" se non vanno sul difficile non sono
contenti ma questo è); uscire dalla precarietà, dal dover ignorare un
buco nelle mutande, dal dover vedere le setole dello spazzolino
ripiegarsi pietosamente e, tuttavia, continuare ad usarlo. Non perchè
uno spazzolino nuovo costi chissà quanto ma perchè si è oramai
insinuato nella propria testa il tarlo degenere del risparmio. Parliamo
naturalmente, come già si capisce dall'aggettivo, di una degenerazione
ma alcune tendenze culturali credo si prestino davvero a degenerare. Al
di là delle degenerazioni, poi, non vedo perchè si debba rinunciare,
come sostengono, di fatto, anche i decrescionisti "non degenerati"
(basti pensare alla proposta del "buy nothing
come stile di vita" di Maurizio Pallante, teorico italiano del
movimento in analisi), al piacere di mettere mano, di tanto in tanto,
all'arredo di casa, cambiare quando serve la macchina, avere un
cellulare in più o concedersi una buona cena in un buon ristorante
quando non si ha davvero voglia di cucinare.
Facile bollare il fenomeno come "consumismo", perchè non si prova a pensare che l'essere
umano può sentire il bisogno di rinnovarsi anche sul piano materiale o,
semplicemente, di trattarsi bene, finanche viziarsi un po' ogni tanto?
Non vi sembra sia una forma di brutto bigottismo essere
intransigentemente "anticonsumisti", invocando catastrofi imminenti e
colpevolizzando di complicità per quelle già avvenute? Chiaro che
alcuni eccessi effettive responsabilità le abbiano e che si debba
lavorare a compatibilizzare e compatibilizzare ancora ma la risposta
non è certo, a mio parere, nella demonizzazione ideologica del consumo.
Quando torno in Italia vedo negli occhio dei miei connazionali la
patina del disfattismo, della disillusione, la minore vitalità che
caratterizza l'avanzare della decadenza. Parlando con il mio amico
Gabriele, conosciuto in Sri Lanka e di cui ho ospitato il report della propria esperienza di volontariato a Sarvodaya,
lui mi diceva: non credi che arriverà anche per gli indiani il momento
in cui conosceranno la disillusione della ricchezza? L'amaro disincanto
dello sviluppo? Non ho la sfera di cristallo! E' tuttavia certo che
l'essere umano deve costantemente alimentare la propria dimensione
motivazionale, che il benessere materiale non è solo un punto di arrivo
ma un punto di partenza per orientarsi a nuove forme, meno materialiste
(di qui la definizione di "valori post-materialisti" del sociologo
americano Ronald Inglehart) del vivere bene e che dunque l'agio
materiale, considerato in una prospettiva un minimo più ampia,
rappresenti una condizione necessaria ma non sufficiente per una sua
autentica (o quasi-tale) serenità. Il confronto di ciascuno di noi con
se stesso non ha confini e continua sino al suo ultimo respiro,
coinvolgendo fisica e metafisica e dunque i termini della questione,
quando ci si avventura sul piano speculativo delle problematiche umane
più profonde, trascendono quanto si sta banalmente dicendo in questa
sede. Tuttavia, per tornare nell'alveo di consumo sì/consumo no (quando
si dovrebbe piuttosto parlare di quale consumo)
pensare, come mi è ultimamente capitato di sentire in Italia, che soldi
e, ad esempio, crescita spirituale, siano il diavolo e l'acqua santa
sia una forma, del tutto antiquata, di idiozia. Credo si debba lavorare
a scoprire sempre maggiori compatibilità più che incompatibilità
(iniziare ad usare metafore come "la mano destra e la mano sinistra"
piuttosto che l'improponibile "il diavolo e l'acqua santa"; impariamo
dai gesuiti e dalla loro valorizzazione dell' "et-et" al posto dell'
"aut-aut"). Credo dunque dobbiamo essere più coscienti delle
opportunità che ci ha dato l'accesso al "superfluo" (e per questo credo
faccia davvero bene un'esperienza profonda in un paese povero o "pieno
di poveri") anche in termini di distacco e di nobiltà d'animo. Il
povero, ad esempio, si trova necessariamente a dover strumentalizzare
tutto, anche i sentimenti più nobili (è il degrado della miseria e,
come forse molti lettori sapranno, non ha nulla di astratto), il
benestante, se utilizza nel modo appropriato le opportunità date dal
suo status, può fare a meno di cadere in alcune bassezze. Dobbiamo
dunque essere più consapevoli dei tanti doni che ha avuto la nostra
area del mondo, esserne più grati e valorizzarli chiedendo di più e non
di meno. Focalizzandoci su nuove forme di qualità della vita:
culturale, psicofisica, relazionale, ambientale, dunque che sia sempre
meglio integrata con la tutela dei nostri contesti naturali e per
questo, come scrivevo in un post precedente
citando il mio maestro Osho Rajneesh (diciamo meglio: uno dei miei
maestri), è necessario affrontare seriamente la questione di una
decrescita, sì, ma non economica, demografica! Una decrescita della
popolazione mondiale che sta iniziando a diventare oggetto di dibattito
(non ancora sufficientemente serio, purtroppo) anche in India, che ha
fatto della famiglia numerosa uno dei suoi principali cavalli di
battaglia. Chiediamo di più per evitare che le opportunità che noi ci
vorremmo negare, vengano sfruttate a pieno dal rampatismo dei paesi
emergenti. Un rampantismo, per forza di cose, ben più spietato, con
ben'altre istanze di rivalsa e di riscatto che si può fare davvero
beffe dei nostri orticelli biologici per il solo autoconsumo, del
nostro rifiuto di prendere l'aereo e di sfruttare a fondo le
opportunità offerte oggi dalle tecnologie più avanzate. A fronte di
questo credo sia doveroso vitalizzare la nostra economia non
deprimerla, professionalizzandoci nei nostri punti di forza, inseguendo
anche noi un obiettivo chiaro e pragmatico ricercando, lo ripeto
ancora, tutte le compatibilità del caso. Non abbiamo più molto tempo e
con concetti come quello di decrescita felice rischiamo davvero, nella
grande altalena storica dell'emergere e del declinare delle diverse
civiltà, di finire negli involtini primavera dei cinesi, nel riso
biryani degli indiani e nel sushi dei giapponesi, perdendo il
contributo straordinario che la cultura europea ha dato al mondo: la
rivoluzione francese, la carta dei diritti dell'uomo, diritti
autenticamente umani per tutti...che è bene iniziamo ad abituarci a non
darli più per scontati.

Di seguito i link all'articolo de La Repubblica ed al video di You Tube:

http://parma.repubblica.it/multimedia/home/2385790/1/1
http://parma.repubblica.it/dettaglio/dagli-amish-alla-val-di-taro-u...

Manuel Olivares Viverealtrimenti

Visualizzazioni: 95

Commento

Devi essere membro di Bionieri per aggiungere commenti!

Partecipa a Bionieri

Commento da Renato Pontiroli su 27 Febbraio 2010 a 13:10
Penso che fintanto le idee, le ipotesi, le utopie e le pratiche rimangono a livello personale, di piccolo gruppo ... non si va da nessuna parte. Possiamo incidere solo quando queste idee e comportamenti, stili di vita, raggiungono una "massa critica" tale da influenzare culture e mercato e se sono fondate su una crescita "spirituale" collettiva. Ma mi fermerei Qui altrimenti ci si avvita in disquisizioni e pessimismo. Importante è cosa ciascuno fa e comunica, a livello rizomatico, di contagio, con la propria vita, le proprie parole ed emozioni. Non cambia il mondo, l'economia, il pianeta ma è quello che possiamo fare. Per fare di più occorre porsi ed agire a livello politico come "intelligenza collettiva" nel locale, ciascuno nel proprio posto di vita, nella propria comunità, formando Reti comunicanti. Poi ... ? Abbiamo smarrito le capacità di trasformare il personale in politico(bene comune), le motivazioni e l'intelligenza per farlo, perso la volontà di trasformare il disagio esistenziale in cultura antagonista(non alternativa) ... dimenticato che, in un mondo globalizzato non esistono isole felici e le "riserve" sono un regalo del potere. Abbiamo comunque il diritto/dovere di tentare a essere felici. Grande è la confusione sotto il celo ma la situazione non è eccellente. Saludos
Commento da Stefano Gallorini su 26 Febbraio 2010 a 22:48
Ciao Manuel,
se la situazione è quella che tu descrivi, allora abbiamo veramente i giorni contati...

Non sono laureato e neanche diplomato, faccio fatica ad esprimermi scrivendo poche cose, ma ci provo!

Sostanzialmente penso che per la maggior parte degli individui è più una disgrazia nascere che non nascere, e questo credo che non dipende dal fatto che si può nascere poveri o ricchi, o che si può andare in Egitto o no, e neanche che la felicità e il così detto benessere, passi direttamente dalla crescita economica e dal consumismo.
Penso che fondamentalmente per il raggiungimento di uno stato interiore positivo deve esserci soprattutto la libertà e l'amore, ma queste non sono garantite dall'attuale sistema di sviluppo e soprattutto dall'attuale sistema educativo-politico. Un individuo è felice al raggiungimento di uno degli obiettivi da lui prefissati, o da eventuali eventi positivi inaspettati. Questi possono essere semplici o complessi. Adesso per il figlio di un privilegiato sembra che tutto è dovuto dalla nascita, (tipo andare in Egitto).
La decrescita probabilmente è triste, però non la chiamerei decrescita ma crescita felice, perché è di fatto una conquista concreta di evoluzione umana.
Una crescita felice si può fare anche senza i beni materiali e senza alterare troppo l’equilibrio biologico del nostro pianeta, rischiando di fargli terminare prima la sua esistenza, soprattutto rendendoci la nostra e quella dei nostri figli un inferno.
L'organizzazione porta all'eccesso, l'antiorganizzazione porta all'esaltazione dell'individuo, ma allo stesso tempo rende gli individui più deboli ancora più deboli. In una comunità naturale, sia umana che animale, senza un'organizzazione programmata, il capo viene scelto per le sue capacità. Adesso con il sistema attuale non viene scelto, viene imposto per il suo stato sociale e per raccomandazione, rendendo di fatto ogni cambiamento positivo sterile e quindi l'organizzazione negativa.
Commento da Manuel Olivares su 26 Febbraio 2010 a 15:34
Ciao Gabriella,
mi fa piacere che questo post stia suscitando reazioni, come sosteneva anche Enrico era l'effetto migliore che potesse avere. Oggi ci si deve infatti confrontare su tematiche del genere, visto che i "fascisti" ed i "comunisti" sono finiti nei solai della storia a tirarsi le trappole per i topi sul muso.
Quando parli del tuo vecchietto, a mio modo di vedere, proponi un atteggiamento che rientra nella prima categoria della "decrescita" (se e' proprio il caso di parlare di decrescita), quella di natura esistenziale o, potremmo anche definirla, "soggettiva" e sulla quale non mi sembra proprio ci sia nulla da obiettare.
ti diro' che fare la cacca nel bosco (non sai quante volte l'ho fatta) e' un'esperienza che trovo abbia qualcosa di mistico e dunque la consiglio a chiunque.
stessa storia quando parli delle tagliatelle, nessuno e' obbligato a comprarle come si puo' fare a meno di comprare l'acqua minerale. Io, in italia, l'acqua in bottiglia non la compro mai perche' abbiamo un'ottima sorgente in paese, nella tuscia di tanti bionieri di questo social network. Fiaschi da 5 litri e via!
la questione e' diversa, secondo me, quando si propone il buy nothing come stile di vita, con la prospettiva di un mondo dove la gente abbia bisogno di pochissimi soldi perche' tanto ci si fa le tagliatelle in casa, non ti dico lo yogurt, si beve l'acqua della sorgente, si fa la cacca nel bosco eccetera. a quel punto queste sane abitudini diventano tasselli di un mosaico ideologico che pecca drammaticamente di semplicismo. facendo i conti della serva (tanto per tenere il discorso terra terra), quanto risparmierai mai facendoti le tagliatelle in casa? se hai bisogno di una cura endocanalare da dentista che gli racconti? Che fai la cacca nel bosco (e magari che potrebbe provare a farla anche lui, soprattutto prima di mettere le mani in bocca ai pazienti)? se vuoi andare a trovare un amico in Egitto all'agenzia aerea che gli racconti? che ti fai le tagliatelle in casa? o in Egitto ci vai a piedi? o forse non ci vai perche' non e' indispensabile e fai la muffa nei tuoi due ettari di terreno precludendoti di vedere altri spaccati di mondo che possono insegnarti qualcosa? e in egitto che fai? vai in un albergo da due lire perche' bisogna decrescere e ti prendi pidocchi, pulci, eccetera (non esagero, in certi paesi ci sono tutti gli acari nelle coperte, i pidocchi e le pulci che volete, lo dico per esperienza diretta o per esperienza di amici). non sarebbe molto meglio andare in egitto (non rinunciarci), andarci in aereo, lasciando perdere certe velleita' tardo fricchettone e starsene in un albergo con gran lettone matrimoniale comodo, senza acari e pulci, avendo piuttosto una compagnia, come dire, piu' stimolante, con wireless, tv satellitare e goduriosissima vasca da bagno? che gusto c'e' ad avere sempre le toppe al culo? non vi sembra banalmente una forma di perversione? ma tutto questo non e' sostenibile, dicono in molti ma non pensate ci siano tante altre soluzioni con un costo in termini di limiti esistenziali minore? perche' non passare in rassegna tante altre soluzioni, ce ne sono anche se qualcuno ha bisogno di fare del catastrofismo a tutti i costi. certo, se vivessimo tutti nelle grotte a mangiare solo cibi crudi (c'e' anche chi sostiene che la scoperta del fuoco sia stata l'origine della decadenza del genere umano) sarebbe piu' sostenibile ma non pensate che non sarebbe poi una gran vita? non pensate che a quel punto sarebbe meglio, nell'ipotesi piu' apocalittica e, tutto sommato, improbabile rischiare il disastro nucleare ma starsene belli comodi nel lettone a tre piazze di cui prima, con il mondo a portata di click, prima di immergersi nella vasca goduriosa? io, scusate la provocazione a sua volta un po' semplicistica, non avrei dubbi, non so voi...
mi fermo qui: vada per le tagliatelle in casa e la cacca nel bosco ma di fronte ad alcune enormita' cerchiamo di toglierci l'anello dal naso, se non vogliamo che arrivino a guardarci dal bihar e a tirarci le noccioline.
Questo almeno e' il mio modo di vedere le cose.

manuel
Commento da Enrico Marcandalli su 24 Febbraio 2010 a 13:10
Manuel
sono proprio contento, nonostante abbia toccato solo in superficie il tuo ragionamento, di aver fatto emergere questo tema.
Le cose che scrivi sono davvero interessanti e mi disorientano un pochino, anche se in fondo, da qualche parte in fondo al cuore, sento che quella del mercato attuale non sia la strada giusta, ma... tantè che la stiamo percorrendo lo stesso (a vari livelli ma sempre li dentro siamo)

credo che questo sia davvero il "tema" importante per noi che desideriamo "lasciare" le città o a adottare stili di vita alternativi, che poi si chiamino decrescita o altro, insomma ... sempre da li prendono spunto.
In fondo Bionieri nasce da queste esperienze (Abitanti dei confini tra selvatico e coltivato)
Perché andare a vivere fuori dalla città?
Perché coltivarsi un orto?
Perché farsi il pane in casa o il sapone?

Ora davvero mi piacerebbe sentire altri binieri cosa ne pensano.

ciao
Enrico
Commento da Manuel Olivares su 24 Febbraio 2010 a 7:47
Ciao Enrico;
ti ringrazio per il tuo commento e per aver sollecitato la necessità di un dibattito sul tema della decrescita.
Io, francamente, non vorrei si finisse a parlare del sesso degli angeli perché discorsi del genere possono peccare, a mio vedere, di eccessiva astrazione, dettata anche dall’impronta anacronisticamente ideologica.
Allo stesso tempo, credo sia necessario affrontare (senza eccessi) il discorso perché io vedo i rischi di un paradigma che ci può portare fuori strada.
Vengo dunque a considerare i punti fondamentali della mia prospettiva:

A) La decrescita come scelta esistenziale è più che rispettabile. Coloro che decidono di impostare la propria vita all’insegna della semplicità e della riduzione radicale dei consumi, scegliendo piuttosto di coltivare al massimo l’autoproduzione, la creatività, la parsimonia, eccetera, possono avere tutte le ragioni esistenziali per farlo. A mio modo di vedere è una scelta che ha qualcosa di ascetico e lo dico senza giudizi di valore, vivendo la maggiorparte del mio tempo in una città, Varanasi, piena di asceti. Ci sarà chi obietta: no, non si tratta di essere asceti e mi va bene lo stesso. In una parola, nel momento in cui si sceglie la decrescita come istanza esistenziale: nulla questio! Piuttosto: rispetto e sana curiosità;
B) Il discorso cambia quando si propone la decrescita felice come paradigma di natura politico-economica. A questo punto non posso non sottolinearne quelli che sono, a mio parere, i tragici punti deboli. Consideriamoli brevemente, partendo da un semplice assunto: è politicamente perdente! Vediamo perché:

1)E’ difficile abbia un qualunque appeal nell’Occidente satollo, solo una minima parte del quale, oggi, disorientata, disgustata, in crisi di senso, ha focalizzato la propria attenzione su quelli che considera essere gli svantaggi del cosiddetto “benessere materiale” e dunque ne fa il proprio principale bersaglio. Bersaglio, a mio modo di vedere, sbagliato perché distoglie l’attenzione dal vero responsabile delle tribolazioni del mondo: l’essere umano, non la produzione, il consumo, il denaro considerati come categorie a priori.
2)Ha zero appeal, zero assoluto, nei paesi emergenti. Iniziando a conoscere l’India, avendo vissuto un periodo in Nepal, Thailandia, Sri Lanka, vi assicuro che la recettività di quei popoli al paradigma della decrescita è meno che nulla! Non sono ancora stato in Cina ma dalle notizie che mi giungono non mi sembra proprio ci sia spazio per concetti come quelli in esame. L’economia thai, poi, è in buona parte in mano ai cinesi ed avendoli visti un minimo all’opera non posso che commentare: si salvi chi può, altro che decrescita felice!
Parliamo di paesi dove (soprattutto in India e Thailandia, per quello che ho potuto vedere) si respira una grande adrenalina, una grande eccitazione per un semplice, chiaro obiettivo comune: avere introiti sufficienti per potersi finalmente permettere una vacanza, far studiare i figli in scuole prestigiose, per provare ad offrire loro un futuro di vita meno grama, per potersi permettere quel che di bello offrono le nuove tecnologie senza sospirare che bisogna tagliare sui vestiti, sulle scarpe, eccetera.
A fronte di questo, con circa metà della popolazione mondiale che vive nel versante asiatico emergente ed ha in testa un unico obiettivo (come abbiamo visto, del resto, in occasione del G8 a L’Aquila o del summit sul clima a Copenaghen): sviluppo, che vogliamo fare, la decrescita in un paese solo? Magari nella Toscana Felix? E’ un controsenso!
3) Seppure, per assurdo, il paradigma della decrescita felice dovesse avere successo, non bisogna essere laureati in economia per capire che avrebbe un effetto devastante a livello sociale ed economico. Contrazione dei consumi porterebbe difatti (ed in parte sta già portando): recessione, fallimenti, disoccupazione dilagante, disperazione, ne guadagnerebbero i farmacisti, le rivendite di alcolici e, soprattutto, la criminalità organizzata.
Non venite a dirmi che la disoccupazione non sarebbe un problema perché si sarebbe imparato a fare lo yogurt a casa, a prendere l’acqua alla fontana eccetera perché davvero si finirebbe a parlare del sesso degli angeli!
4) La soluzione, dunque, non può che essere, a mio parere, nel mercato, rimanendo nella logica del mercato, senza cercare scorciatoie originali. Sì ai consumi, dunque, si tratta di vedere quali consumi e su questo si può tornare a parlare quanto si vuole.
5) Enrico obietta che quando i nostri imprenditori delocalizzano la produzione ed i nostri operai fanno una vita infame che può anche portare a decisioni estreme stiamo veramente tornando indietro. A questo punto è d’obbligo una provocazione: ce la facciamo a rivendicare (come proponeva Naomi Klein) redditi più alti nei paesi in via di sviluppo? Sarebbe un’ottima iniziativa; migliorerebbe la vita dei lavoratori in loco ed arginerebbe, un minimo, la febbre delocalizzatrice. Pensiamo di farcela, contro la volontà dei governi di quegli stessi paesi il cui sviluppo economico è direttamente legato proprio al basso costo del lavoro? Potrebbe essere, ripeto, un’idea interessante: andare a rafforzare un movimento, quello sì, mondiale con l’obiettivo menzionato. Ci si può lavorare!
Altrimenti bisogna iniziare a dialogare con i paesi emergenti, capire bene che linguaggio parlano, di quale cultura sono portatori e che possibilità possono offrire. Sappiamo che il presente e, ancor di più, il futuro, appartengono ad un mondo in cui le distanze geografiche sono, in buona parte, abolite. Ad un grande mercato dove tutti delocalizzeranno sempre di più, dove delocalizzare diventerà sempre più la norma. Federico Rampini ne L’impero di Cindia invita i nostri giovani a conoscere meglio la sezione di mondo in titolo, a sondarne le opportunità, a pensare di coglierne alcune sfide. Potrebbe essere interessante; in una situazione, di casa nostra, dove il lavoro dipendente è sempre meno vantaggioso e, soprattutto, sempre più raro, bisogna iniziare ad entrare nell’ottica di inventarselo il lavoro! Si può fare, in Italia come in India, in Thailandia (solo a Chiang Mai, seconda città tailandese, ci sono oltre 20 ristoranti italiani), in Cina o in America; essere disposti a mettersi in gioco in un mondo che è quello che è, comprendendo che è inutile mugugnarci su cercando piuttosto di proiettare, nel lavoro, il proprio livello di crescita integrale, la propria etica, il proprio rispetto per l’essere umano. Si tratta di vedere se questi sono valori che hanno acquisito sostanza o sono solo chiacchiere; nel primo caso possono provare ad affermarsi nell’arena.
6) Senza dimenticare alcuni saggi insegnamenti di pensatori del passato, ad esempio Pierre Joseph Proudhon che parlava di mutuo appoggio, di cooperazione tra realtà affini per creare circuiti economici autonomi, in grado di autoalimentarsi. E’ quello, ad esempio, che si può fare nell’ambito delle comunità intenzionali e degli ecovillaggi, ogni giorno un gruppo di interesse più nutrito. Ho già sollecitato la necessità che le comunità intenzionali e gli ecovillaggi si mutuo-sostengano e mutuo-appoggino, creando un proprio circuito economico relativamente indipendente. Qualcosa si sta muovendo anche nell’ambito della RIVE (sta iniziando, ad esempio, a prendere corpo un mercatino virtuale) e credo sia questa una strada da seguire con costanza e dedizione. Non ci sarà modo di arricchirsi, i primi tempi si dovrà un po’ decrescere ma, a quel punto, il gioco potrebbe valere la candela e si rimarrebbe, pur con un atteggiamento diverso, in una sana logica di mercato.
7) Proprio in ultimo, la scottante (è il caso di dirlo) questione del global warming. Credo sia inutile strapparsi troppo i capelli; il destino è già deciso da Washington a Nuova Delhi passando per Palazzo Grazioli. L’alternativa ai combustibili fossili è un cocktail di energie rinnovabili e nucleare. Quest’ultimo sappiamo essere costoso, rischioso e, in Occidente, impopolare. Malgrado questo, politici intelligenti come Barack Obama negli Stati Uniti o Manmohan Singh in India stanno avviando la costruzione di nuove centrali. Sono stupidi, corrotti o, forse, il nucleare è una via obbligata?

Ci lasciamo con questo quesito; una sola preghiera: non venitemi a raccontare che, a fronte di questo ed altri dilemmi, l’alternativa è chiara e netta e si chiama “decrescita felice”!

P.S. Nell’esporre il mio punto di vista ho probabilmente peccato di semplicismo; sono solo alcune osservazioni a caldo, per dare appena qualche spunto di riflessione. Non me ne volete per l’inevitabile superficialità!
Commento da Enrico Marcandalli su 23 Febbraio 2010 a 13:46
ciao,
ho aspettato alcuni giorni prima di rispondere a questo post (che tra l'altro è interessantissimo ma viene mascherato dal titolo che non c'entra niente - varrebbe la pena aprire un dibattito siu questo tema su Bionieri).
Speravo che rispondesse qualcun altro ma... niente

Le cose che scrivi sono interessanti: in parte condivisibili e in parte no
naturalmente è il mio punto di vista

quando parli di tendenza alla decrescita, alla rinuncia (non li citi ma c'è anche il movimento del Downshifting e quello della transizione) secondo me le cose sono un pochino più complesse

1- E' vero che per elevare la coscienza sociale, politica, economica e spirituale, devi essere affrancato dai bisogni primari - fame, salute, casa ecc.-

2- mi trovi perfettamente d'accordo sul fatto che noi in Italia siamo mossi da millenni di cultura cristiana e cattolica che influenzano le nostre scelte e la nostra morale: soprattutto con sensi di colpa

ma credo però il nostro benessere di paesi industrializzati sia fondato soprattutto sulla depredazione di risorse (a essere ottimisti) di almeno 2 terzi del pianeta.

Noi ci possiamo permettere di vivere in case riscaldate, di avere problemi di obesità e di malattie legate ala sovralimentazione, di essere circondati di macchine elettroniche confortevoli, non perchè la fortuna ha girato dalla nostra parte, ma per i secoli di dominio colonialista a spese dei paesi cosidetti poveri.

La rivoluzione industriale è iniziata con l'oro che - grazie a Colombo - arrivava dalle miniere dell'America e passando dalla Spagna riforniva le banche inglesi, e questo nel 1500.


Il coltan con cui si producono i telefonini che noi cambiamo ogni tanto, o i portatili o i televisori, ha scatenato guerre in CONGO.
così il petrolio in Nigeria, o in Irak
Per non parlare della Carne, per produrre la quale stiamo deforestando il mondo, impiegando tanta acqua, sprecando campi che potrebbero servire per i contadini del sud del mondo "per alimentarsi".

Io sono stato in Kenya un po di anni fa e vicino a Nairobi c'è una grossa piantagione di Ananas della Delmonte. Bene, la piantagione era circondata da torrette militari e se un solo lavoratore si azzardava a rubare un ananas per portarlo a casa gli sparavano.

Capisci?

Insomma... gli esempi sarebbero tanti

Una volta un giornalista chiese a Ghandi se la sua aspirazione era di avere un'India con uno stile di vita come quello dei paesi occidentali
e lui rispose: "Ma quanti pianeti pensi ci occorrerebbero per poter sostenere in tutto il mondo lo stesso stile di vita?"

in poche parole, anche Ghandi si rendeva conto negli anni 40 che il nostro benessere si basava sulla depredazione delle risorse e sul malessere di tre quarti del mondo.

Ma... allora bisogna ritornare indietro?
A parte che quando vedo i nostri operai sui tetti delle fabbriche, o che si suicidano o che a 50 anni accettano lavori ingrati pur di tirare avanti, il primo pensiero è: siamo davvero tornati indietro.

Nel momento stesso in cui puoi produrre le merci a un decimo del costo di prima, semplicemente spostando la produzione in Romania, o in India o in Pakistan, stiamo tornando indietro.

Io non credo che avremo risorse per tutti. Solo in Cina sono quasi due miliardi e se tutti volessero -e piano piano ci stanno arrivando- vivere come noi? altro che Global warming... non basterebbe il petrolio per far viaggiare tutte le auto e le fabbriche.

La decrescita si basa sul ragionamento che: prima di rimanere schiacciati dall'andamento delle cose, diventiamone consapevoli e facciamo in modo di vivere bene ma in modo diverso, magari imparando dai popoli che per loro natura non erano predatori come noi.

Insomma, così come è successo per la spiritualità che ha visto in questi ultimi anni un ecumenismo che abbraccia tutti, dagli sciamani della siberia alla Cabbala, possiamo imparare forse qualcosa dalle popolazioni che sono passate su questa terra in modo "leggero"?

io penso di si
ma... naturalmente ognuno la pensa in modo diverso

sarei curioso di ascoltare il parere di altri bionieri

ciao
Enrico

Post sul blog

Amaranto

Post aggiunto da manù il 25 Maggio 2013 alle 11:16 2 Commenti

stufa per segatura

Post aggiunto da De Rossi Cinzia il 22 Maggio 2013 alle 18:51 3 Commenti

OGM e il Paese dei cachi

Post aggiunto da De Rossi Cinzia il 19 Maggio 2013 alle 10:04 7 Commenti

Fotografie

  • Aggiungi fotografie
  • Visualizza tutti

© 2013   Creato da Renato Pontiroli.   Tecnologia

Badge  |  Segnala un problema  |  Termini del servizio