
E' con grande piacere che ho trovato
la Fattoria Macinarsi su La Repubblica on line, raccontata in un articolo ed attraverso un video
di you tube dove ho potuto rivedere l'amico fraterno Antonio Cammarota,
proprietario della piccola azienda alternativa. Come i lettori del mio
testo
Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo
sapranno, ho vissuto a Macinarsi per circa 3 mesi, sul finire
dell'inverno e cogliendo il sopraggiungere di una desiderata primavera,
nel 2005. E' stata un'esperienza molto bella...e molto rustica.
Ho
apprezzato ed in parte subito il "francescanesimo libertario" di
Antonio, espressione che è piaciuta al diretto interessato e che dunque
uso con affetto. Ora Antonio sottolinea che la sua azienda vive ben al
di sotto della linea della decrescita ed io ne approfitto per fare una
necessaria provocazione: stiamo molto attenti a questa cultura della
decrescita che, sto notando, sta avendo un discreto successo (chi
volesse avere maggiori informazioni riguardo il movimento postmoderno,
esistenziale e politico della decrescita felice clicchi
qui).
Personalmente sono un sostenitore della società del benessere sensato e
di un consumo godibile e non asinino. Trovo che la cultura della
decrescita felice, avendo avuto esperienze con persone che se ne fanno
sostenitrici, esaltando la sobrietà rischia di regredire ad
un'attitudine mentale progressivamente ostile a troppe cose facilmente
liquidate come "superflue". Sappiamo benissimo che quanto è veramente
essenziale nella vita è disarmantemente poco. Sappiamo anche che è
proprio il cosiddetto superfluo a costituire un vettore dell'energia
che tutto muove e vitalizza: l'eros, il piacere. Una cultura della
decrescita cosiddetta felice può seriamente rischiare, a mio parere, di
deprimere questa grande forza vitale ed aprire varchi pericolosissimi
ai sensi di colpa da cui soprattutto noi, cattolici di cultura, siamo
già abbastanza condizionati. Le rinunce, le astensioni, non credo
nobilitino l'uomo, possono piuttosto rischiare di inasprirlo. Il
piacere, al contrario, se vissuto in maniera, ripeto, non asinina, può
essere un ottimo vettore di
personal development
e di maggiore apertura verso l'altro (non ditemi che non siete meglio
disposti verso i vostri simili dopo un buon pranzo, di cucina saporita
e tuttavia leggera o dopo una bella notte di grande intesa erotica con
il vostro partner, stabile o temporaneo che sia). Vivendo da oltre 4
anni in India, dove ho quotidianamente modo di vedere la bruttura di
una cultura del risparmio e delle privazioni (e non parlo di coloro che
vi sono costretti perchè vivono al di sotto della soglia critica della
povertà ma anche di ceti benestanti, dove ho conosciuto persone che non
si concedono una doccia calda o evitano di spendere cifre ridicole per
comprare una zanzariera raccontandosi che le zanzare sono solo di
passaggio e non sono poveri, sono micragnosi, è diverso!) e, al
contempo, la bellezza, l'eccitazione dello sviluppo, sto iniziando a
pensare che concetti come quelli di decrescita felice siano il segno
della decadenza della nostra civiltà. E' oramai arcinoto che questo in
cui siamo appena entrati è il "secolo asiatico" e, reduce da un
bell'itinerario nell'India del sud (la più sviluppata), di cui non
mancherò di parlare in un prossimo post, ho avuto modo di vedere, negli
occhi dei tamil, un fuoco erotico, una determinazione a perseguire uno
scopo chiaro e concreto: il benessere! (molto banale, lo so, gli
alternativi e gli "scassacrociati" se non vanno sul difficile non sono
contenti ma questo è); uscire dalla precarietà, dal dover ignorare un
buco nelle mutande, dal dover vedere le setole dello spazzolino
ripiegarsi pietosamente e, tuttavia, continuare ad usarlo. Non perchè
uno spazzolino nuovo costi chissà quanto ma perchè si è oramai
insinuato nella propria testa il tarlo degenere del risparmio. Parliamo
naturalmente, come già si capisce dall'aggettivo, di una degenerazione
ma alcune tendenze culturali credo si prestino davvero a degenerare. Al
di là delle degenerazioni, poi, non vedo perchè si debba rinunciare,
come sostengono, di fatto, anche i decrescionisti "non degenerati"
(basti pensare alla proposta del "
buy nothing
come stile di vita" di Maurizio Pallante, teorico italiano del
movimento in analisi), al piacere di mettere mano, di tanto in tanto,
all'arredo di casa, cambiare quando serve la macchina, avere un
cellulare in più o concedersi una buona cena in un buon ristorante
quando non si ha davvero voglia di cucinare.
Facile bollare il
fenomeno come "consumismo", perchè non si prova a pensare che l'essere
umano può sentire il bisogno di rinnovarsi anche sul piano materiale o,
semplicemente, di trattarsi bene, finanche viziarsi un po' ogni tanto?
Non vi sembra sia una forma di brutto bigottismo essere
intransigentemente "anticonsumisti", invocando catastrofi imminenti e
colpevolizzando di complicità per quelle già avvenute? Chiaro che
alcuni eccessi effettive responsabilità le abbiano e che si debba
lavorare a compatibilizzare e compatibilizzare ancora ma la risposta
non è certo, a mio parere, nella demonizzazione ideologica del consumo.
Quando torno in Italia vedo negli occhio dei miei connazionali la
patina del disfattismo, della disillusione, la minore vitalità che
caratterizza l'avanzare della decadenza. Parlando con il mio amico
Gabriele, conosciuto in Sri Lanka e di cui ho ospitato
il report della propria esperienza di volontariato a
Sarvodaya,
lui mi diceva: non credi che arriverà anche per gli indiani il momento
in cui conosceranno la disillusione della ricchezza? L'amaro disincanto
dello sviluppo? Non ho la sfera di cristallo! E' tuttavia certo che
l'essere umano deve costantemente alimentare la propria dimensione
motivazionale, che il benessere materiale non è solo un punto di arrivo
ma un punto di partenza per orientarsi a nuove forme, meno materialiste
(di qui la definizione di "valori post-materialisti" del sociologo
americano Ronald Inglehart) del vivere bene e che dunque l'agio
materiale, considerato in una prospettiva un minimo più ampia,
rappresenti una condizione necessaria ma non sufficiente per una sua
autentica (o quasi-tale) serenità. Il confronto di ciascuno di noi con
se stesso non ha confini e continua sino al suo ultimo respiro,
coinvolgendo fisica e metafisica e dunque i termini della questione,
quando ci si avventura sul piano speculativo delle problematiche umane
più profonde, trascendono quanto si sta banalmente dicendo in questa
sede. Tuttavia, per tornare nell'alveo di consumo sì/consumo no (quando
si dovrebbe piuttosto parlare di
quale consumo)
pensare, come mi è ultimamente capitato di sentire in Italia, che soldi
e, ad esempio, crescita spirituale, siano il diavolo e l'acqua santa
sia una forma, del tutto antiquata, di idiozia. Credo si debba lavorare
a scoprire sempre maggiori compatibilità più che incompatibilità
(iniziare ad usare metafore come "la mano destra e la mano sinistra"
piuttosto che l'improponibile "il diavolo e l'acqua santa"; impariamo
dai gesuiti e dalla loro valorizzazione dell' "et-et" al posto dell'
"aut-aut"). Credo dunque dobbiamo essere più coscienti delle
opportunità che ci ha dato l'accesso al "superfluo" (e per questo credo
faccia davvero bene un'esperienza profonda in un paese povero o "pieno
di poveri") anche in termini di distacco e di nobiltà d'animo. Il
povero, ad esempio, si trova necessariamente a dover strumentalizzare
tutto, anche i sentimenti più nobili (è il degrado della miseria e,
come forse molti lettori sapranno, non ha nulla di astratto), il
benestante, se utilizza nel modo appropriato le opportunità date dal
suo status, può fare a meno di cadere in alcune bassezze. Dobbiamo
dunque essere più consapevoli dei tanti doni che ha avuto la nostra
area del mondo, esserne più grati e valorizzarli chiedendo di più e non
di meno. Focalizzandoci su nuove forme di qualità della vita:
culturale, psicofisica, relazionale, ambientale, dunque che sia sempre
meglio integrata con la tutela dei nostri contesti naturali e per
questo, come scrivevo
in un post precedente
citando il mio maestro Osho Rajneesh (diciamo meglio: uno dei miei
maestri), è necessario affrontare seriamente la questione di una
decrescita, sì, ma non economica, demografica! Una decrescita della
popolazione mondiale che sta iniziando a diventare oggetto di dibattito
(non ancora sufficientemente serio, purtroppo) anche in India, che ha
fatto della famiglia numerosa uno dei suoi principali cavalli di
battaglia. Chiediamo di più per evitare che le opportunità che noi ci
vorremmo negare, vengano sfruttate a pieno dal rampatismo dei paesi
emergenti. Un rampantismo, per forza di cose, ben più spietato, con
ben'altre istanze di rivalsa e di riscatto che si può fare davvero
beffe dei nostri orticelli biologici per il solo autoconsumo, del
nostro rifiuto di prendere l'aereo e di sfruttare a fondo le
opportunità offerte oggi dalle tecnologie più avanzate. A fronte di
questo credo sia doveroso vitalizzare la nostra economia non
deprimerla, professionalizzandoci nei nostri punti di forza, inseguendo
anche noi un obiettivo chiaro e pragmatico ricercando, lo ripeto
ancora, tutte le compatibilità del caso. Non abbiamo più molto tempo e
con concetti come quello di decrescita felice rischiamo davvero, nella
grande altalena storica dell'emergere e del declinare delle diverse
civiltà, di finire negli involtini primavera dei cinesi, nel riso
biryani degli indiani e nel sushi dei giapponesi, perdendo il
contributo straordinario che la cultura europea ha dato al mondo: la
rivoluzione francese, la carta dei diritti dell'uomo, diritti
autenticamente umani per tutti...che è bene iniziamo ad abituarci a non
darli più per scontati.
Di seguito i link all'articolo de La Repubblica ed al video di You Tube:
http://parma.repubblica.it/multimedia/home/2385790/1/1http://parma.repubblica.it/dettaglio/dagli-amish-alla-val-di-taro-u...Manuel Olivares
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