Tratto da LONGINO CATTANEO ed il MOVIMENTO DOLCINIANO700 ANNI DOPO
di Tavo Burat -
Centro Studi Dolciniani - Biella
Per comprendere l’osmosi tra la popolazione locale valsesiana ed i Dolciniani, è fondamentale evidenziare la struttura delle comunità alpine che caratterizzavano ancora le alte valli agli inizi del XIV secolo. Si trattava di comunità reali, non personali, contrassegnate dalla coesistenza tra la proprietà privata e quella collettiva. La prima era limitata all’abitazione, alle armi, agli utensili del lavoro,al bestiame ed a poca terra; la grande proprietà – i campi coltivabili, le brughiere e gli alpeggi per i pascoli, i boschi – era comunitaria, e il godimento delle sue singole componenti era stabilito da “regole” scaturite da assemblee di uomini liberi, vale a dire da coloro che portavano le armi e che al prezzo della vita difendevano quella proprietà.
In alcuni Cantoni della Svizzera primitiva si è conservata tuttora la Landsgemeinde, assemblea per gli affari comunali e cantonali che emana leggi e regolamenti secondo i dettami della democrazia diretta,dove la partecipazione è un diritto/dovere riservato, sino a non molti anni fa agli uomini atti alle armi.
L’ordinamento longobardo diede vigore a tali assemblee degli uomini liberi, gli arimanni.
Queste comunità erano chiamate vicinie o vicinanze in Piemonte e Lombardia; comunaglie nell’Appennino parmense; regole , appunto, nel Cadore e nel Veneto.
L’etica che informava lo spirito comunitario, fondato sull’inalienabilità del suolo, era quella di conservare intatto il patrimonio collettivo; quest’etica venne minata e distrutta dall’introduzione del diritto bizantino cristianizzato dall’imperatore Giustiniano, che sarà la base del Diritto Romano, dal quale attingerà a piene mani il nuovo Stato Unitario del 1861.
La comunità rurale alpina può quindi definirsi come un insieme di famiglie vicine che coltivano un dato territorio soggetto a regole di utilizzazione collettiva,ed è l’antenata della maggior parte degli odierni Comuni “politici”.
In Svizzera esiste tuttora il “doppio Comune“ :quello moderno, “politico” , e quello detto, in Canton Ticino e nei Grigioni italiani, “patriziale” corrispondente alla nostra “vicìnia “, competente per l’amministrazione dei beni comunitari e per gli “affari pauperili” ( cioè l’assistenza).
Sino al secolo XIX ci furono conflitti elvetici anche aspri di competenza tra consigli “politici” e “patriziali”. Queste assemblee discutevano sullo sfruttamento economico del terreno (coltivazioni, rotazioni agronomiche, pascoli, boschi, caccia e pesca) ed anche sull’ammissione od il rigetto dei forestieri (tuttora in Svizzera la cittadinanza si acquisisce a livello comunale, e non cantonale o federale): come avvenne, appunto, in alta Valsesia, dove Dolcino, Margherita e Longino furono accolti, mentre invece le truppe di repressione in rastrellamento degli eretici furono respinte con forza.
La sostituzione del Diritto tribale, poi longobardo,con il Diritto Romano non fu certo “pacifica” e la resistenza durò secoli. In molte valli gli uomini liberi poterono conservare con le armi i loro “privilegi”, cioè la loro autonomia, le loro “regole”. Le “vicìnie” riuscirono a sopravvivere sulle montagne, divenendo i cosiddetti “usi civici” e si conservarono sino all’inizio del XIX secolo. Per le alte valli di cui stiamo parlando, possiamo rilevare che la tradizione culturale formatasi durante l’Età finale del bronzo e del ferro, sta tramontando soltanto con i nostri nonni, o addirittura con i nostri padri (la prima Guerra mondiale può essere considerata lo jato ), come dimostra lo studio delle tradizioni popolari, che hanno tramandato sino ad oggi antichissime ritualità.
Oltre alla “vicìnia”, esiste un’altra organizzazione comunitaria, la cui importanza è sfuggita agli studiosi del Diritto italiano, in quanto nelle documentazioni comunali se ne trovano soltanto labili tracce frammentarie: si tratta di quelle che era chiamata (in Piemonte, ma non solo) la “Badìa “ o “Abbadìa”, corporazione che, in origine, riuniva i giovani dal comune periodo di “spupillamento”, gelosa custode delle ataviche libertà e della “cultura” orale alternativa; lo stesso nome di “Abbadìa” appare come una sfida alla cultura ufficiale “scritta”, quella codificata nelle Abbazie del monachesimo medioevale.
Le competenze stesse di queste corporazioni, ovvero l’organizzazione della vita comunitaria, delle antiche regole, delle feste (quali i carnevali ed i maggi), della difesa del territorio e dei suoi confini,divengono quindi eredità vivente e ragione storica delle insorgenze montanare e contadine, da quelle del “tuchinaggio” antifeudale, alle rivolte antifrancesi a cavallo tra XVIII e XIX secolo :tutte mirate a ristabilire norme e valori infranti del passato.
Molte “badìe” furono cattolicizzate e divennero confraternite; i capi, gli “ abà” si trasformarono in “priori” o addirittura santificati (come Sant’Euseo di Serravalle Sesia). Così, io sono convinto che Milano Sola, definito dalle fonti “ricco contadino di Campertogno”, che invita Dolcino in alta Valle, altri non è se non un “ abà”, autorevole capo dei giovani della sua comunità, poiché non si poteva essere “ricchi “ nell’agricoltura di sopravvivenza di una comunità alpina agli inizi del XIV secolo; l’invito inoltre non poteva essere “privato” e prescindere da una volontà collettiva, appunto da una delibera della “vicìnia”, di dare ospitalità a decine di perseguitati.
La comunità cristiana che Dolcino e Longino proponevano come precorritrice del “Regno”, è del tutto speculare, omologa a quella dei montanari, dove si riscontrano i medesimi valori fondamentali: solidarietà e fratellanza, comunione dei beni, rifiuto di ogni tipo di balzello (taglie o decime che fossero), parità uomo/donna, nessun servo e nessun padrone, ma Dio unico “Signore” , rifiuto del denaro (si pensi al Segalello, fondatore del movimento apostolico che “gettò via i denari” ,poichè l’economia era fondata sul servizio comunitario e sul baratto…….
Dolcino, Longino e Margherita testimoniano, nel loro messaggio evangelico radicale, la validità dell’ordinamento giuridico alpino, rivitalizzato dai Longobardi e minacciato dal Diritto Romano che sale dai centri urbani della pianura.
La “crociata”, invece, è la messa in opera di uno strumento oppressivo per l’affermazione di principi antitetici: gerarchia, privilegi riconosciuti ai signori feudali, laici o ecclesiastici che siano; la donna considerata veicolo diabolico; la moneta sonante, anziché il servizio solidale ed il libero scambio.
La sconfitta di Dolcino, Margherita e Longino segnerà l’inizio della fine della civiltà alpina: alla luce del sole, rimarrà l’ordinamento giuridico latino; ai “resistenti” il buio dei boschi e della notte, dove troveranno rifugio i banditi; le donne “vestali” dell’antica cultura agreste diventeranno “streghe”: le fate giovani e belle saranno tramutate dalla cultura vincente in vecchie malefiche megere. La pratica del libero scambio, in sfida alla legge, sarà dei contrabbandieri.
Le alte valli alpine presenteranno, nella loro decadenza economica,politica e sociale, tutti i caratteri delle colonie,così come avviene nel terzo mondo: le materie prime prodotte (si pensi ai metalli, cominciando dall’oro,ma anche all’acqua,bene quanto mai prezioso), sono consumate o trasformate nelle metropoli; le popolazioni sono territorialmente divise con confini estranei alla loro realtà economico-sociale; le Valli costituiscono una grande riserva di mano d’opera (prima serve, poi operai ) e di buoni soldati; il sistema viario di comunicazione da orizzontale, tra valle e valle, sostituito da quello a raggiera che diparte dal centro metropolitano per facilitare la pianurizzazione delle attività economiche; il capitale sociale sparito, sostituito da quello dei metropolitani che si impadroniscono della terra (turismo speculativo che espelle gli indigeni); la produzione agricola e artigianale soppiantata da quella industriale metropolitana; gli indigeni considerati culturalmente alienati, minus habentes; gli idiomi che esprimono la loro cultura bistrattata, degradati dal valore di “lingua” a “minus valore” “ dialetto” , da estirpare e buttare ( la rapina del minus-valore !). Laddove i popoli indigeni non concordano con i progetti elaborati dalle élites, che mistificano il proprio tornaconto facendolo apparire come “progresso” tout court , essi possono essere sempre rappresentati quali terroristi pericolosi; primitivi, gretti, egoisti, ostacolo allo sviluppo.
E’ l’inversione dell’etica: colto, aperto e positivo il “cittadino”; ignorante, rozzo, testardo e meritevole di “conversione” di “emancipazione” , quando non di severa condanna, il “montanaro” :insomma, un “eretico” , cui spettava, un tempo, l’abitello giallo o il rogo, ed oggi il disprezzo sociale dei benpensantismo cittadino.
Così Dolcino, Margherita e Longino appaiono, emblematicamente, mitici eroi di una civiltà alpina che “resiste”. Personaggi maestosi e tragici, in presa col destino e con le forze di una natura ostile, eroi simili a quelli della tragedia greca che guardano il volto misterioso del fato, cui non possono resistere; dovranno cedere, saranno sbalzati fuori dalla vita ma, lottando, fedeli alla loro passione,anche se soccombono, conservano una loro grande dignità.
Come i personaggi del romanziere svizzero Charles-Ferdinand Ramuz (1878-1947),ed in particolare penso al protagonista di un suo romanzo celebre, Farinet, montanaro reale, fuorilegge valdostano divenuto nel Canton Vallese un mito.
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Saluti a presto .
maioma78@alice.it
Siamo ancora in cerca di un posto di vita... quindi si vaga alla ricerca. Mi è sfuggita la zona puoi darmi qualche info o mappa? Saludos e buona vita
Volevo dirti che mio papa' è all'ospedale, ancora, a Biella.
Tu un po' suo figlio e dunque un po' mio fratello riuscirai a confortarlo? Io conto di farli visita in settimana. Grazie, bello saperti affettivamente e fisicamente vicino.
Lorenzo
Così sto facendo con la mia nuova strada, in questo piccolo paese della Val Ceno: Vianino.
Certo che ho riconosciuto il fuoco nella casa, ma non ho visto il fumo, dov'era?
Buonanotte
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